Informatore Parrocchiale

LA VITA È UN DONO, È BELLA, È COMPLICATA

La vita è un dono! La vita è bella! La vita è complicata… quante volte abbiamo ascoltato frasi simili, nelle preghiere, nel sorriso di una mamma che ha appena visto suo figlio riuscire in una piccola impresa, nell’avventura di aver vinto una malattia, nella difficoltà di aver salutato per l’ultimo viaggio una persona amata. A volte anche solo uno spettacolo della natura suscita affermazioni simili.

Spesso sentiamo anche affermazioni negative sulla vita altrui o addirittura sulla propria stessa vita. Ma che cosa qualifica come bella, buona, piacevolmente complicata, oppure al contrario brutta e irrimediabilmente compromessa la propria vita? Qualcuno ritiene sia il denaro, che offre la possibilità di vivacizzare la vita con tante esperienze, in modo tale che non sia mai ripetitiva e noiosa, altri ritengono che sia la carriera, che dà la possibilità di acquisire potere e di provare a cambiare il mondo, altri ancora la salute, perché senza di essa sarebbe tutto compromesso; c’è chi sostiene che solo la contemporanea presenza delle tre ragioni sopra espresse siano garanzia di una vita piena e realizzata. Eppure, ci deve essere qualcosa di più! Le tre ragioni sopracitate sono cosi instabili che potrebbero singolarmente o contemporaneamente mutare da un momento all’altro e allora a che cosa sarebbe servito sperimentare l’apice della felicità, per poi cadere nel baratro della disperazione o peggio ancora del non senso?

Una cosa però sembra certa: la vita non è qualificata dall’inesorabile scorrere del tempo, dall’avvicendarsi frenetico dei secondi, dei minuti, delle ore, o dell’intera giornata. Credo che perché la vita sia pienamente bella e realizzata debba avere una ragione che resista alle intemperie del percorso che la attraversa. Qual è questa ragione? Ritengo che possa essere così riassunta: la vita è un dono! E non solo perché non è qualcosa che possiamo darci da soli – non mi pare infatti che nessuno di noi abbia chiesto di nascere – e, nonostante il progresso, che nessuno potrà mai rivolgere questa domanda prima di essere nato. Non si può sperimentare la vita come dono, se non esercitandone questa qualità: essa si realizza pienamente come tale quando non è trattenuta, quando è spesa, impegnata, dedicata e donata in ogni sua circostanza anche quella meno favorevole.

Il Vangelo parla del dono della vita non solo quando nasce Gesù, ma anche quando lo stesso Salvatore muore appeso ad una croce! Che cos’hanno in comune questi due momenti? La massima fragilità, quella del neonato che in tutto e per tutto dipende da altri e quella del condannato che è in balia di chi lo ha ridotto così. Se operassimo questa conversione riusciremmo a cogliere il dono in ogni situazione della nostra vita.

La vita è fragile. È così perché il fratello e la sorella che hai accanto l’accompagnino, la custodiscano fino a quando non sarà il tempo dell’inesorabile esodo che, nel dolore del distacco, ci porterà ad un’esistenza eterna, sperimentando così come si possa donare la vita a servizio di chi ci cammina accanto. Più la vita è fragile, più occorre affinare la vista per vedere come in quel vaso di creta sia nascosto un tesoro che siamo chiamati a custodire.

Non vi è eccezione alcuna di fronte alla vita: le braccia vanno comunque spalancate o per accoglierla, o per lasciarla andare senza trattenerla ad ogni costo. Il saggio Qoelet diceva che “vi è un tempo per nascere ed uno per morire”. Il Vangelo stesso dice c’è un tempo in cui Gesù scappa o si allontana dal pericolo della morte (fugge in Egitto, si allontana dalla folla che vuole buttarlo giù dalla rupe, non va in Giudea perché lì lo vogliono uccidere), ma c’è un tempo in cui, pur sapendo che cercavano un pretesto per ucciderlo, Gesù continua a predicare pubblicamente e non si sottrae al pericolo di morte che incombe su di lui (torna in Giudea per resuscitare Lazzaro, entra in Gerusalemme per festeggiare la Pasqua, va a pregare al Getsemani…).

don Renato Fantoni

DON BOSCO DA IERI A OGGI

Chiunque abbia visto a Castelnuovo d’Asti la povera cascina dove crebbe don Bosco intorno agli anni 1815-1830 e poi guardi oggi il complesso salesiano di Valdocco a Torino o consideri anche solo a volo d’uccello opere, costruzioni, scuole, missioni, stampe ecc. legate ai salesiani di don Bosco, non evita lo stupore e quasi l’incredulità: ma come fu possibile?

Uno sguardo al sistema educativo del suo tempo tramite alcuni episodi. Quando Giovannino aveva commesso un guaio in casa prevedeva la reazione della mamma Margherita, ossia una severa punizione; lui la preveniva offrendo alla mamma una verga con cui lei lo poteva (o doveva?) punire e quindi educare.  Diventato prete cercò ragazzi incarcerati per i loro più o meno gravi misfatti. Quando un giorno un ragazzo entrò nella sacrestia dove don Bosco stava preparandosi per la Messa, il sacrestano minacciò quel poveretto con un bastone e qualche legnata. Erano i metodi prevalenti allora nelle mani dei presunti, magari anche bravi, educatori. Scolarizzazione e formazione religiosa seria scarseggiavano specialmente per i figli di famiglie povere. Invece punizioni e carcere abbondavano.

Don Bosco e qualche altra persona “moderna” del suo tempo intuirono e avviarono metodi nuovi e per molti “benpensanti” inutili, dannosi, illusori. Ne cogliamo chiari segni e illuminanti espressioni in questo scritto di don Bosco, ormai vecchio, ai suoi confratelli (i primi salesiani) e collaboratori nell’educazione dei ragazzi di strada di Torino e poi del mondo intero:

Bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni…non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere. E’ certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo…

Difficilmente, quando si castiga, si conserva quella calma che è necessaria… Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali dobbiamo esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù con i suoi apostoli: ne tollerava l’ignoranza, la rozzezza, la poca fedeltà; trattava i peccatori con dimestichezza e familiarità tale da produrre in alcuni lo stupore, in altri lo scandalo, in molti la santa speranza di ottenere il perdono di Dio…

Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro, ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire; allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione… Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone… Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere e del santo timor di Dio e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.

Si capisce anche l’altro suo principio educativo: invece che reprimere cercare di prevenire, di intuire i veri bisogni dei ragazzi, di aiutarli a crescere come uomini, cittadini e cristiani. A questo scopo don Bosco ricorreva a preghiere e sacramenti, alla paura del peccato (anche secondo la mentalità e gli usi del tempo), con forti accenti sull’Eucaristia, la confessione e la Madonna, alla catechesi dottrinale morale e biblica, ma anche alla formazione scolastica e professionale e al gioco, specialmente in cortile (!), senza del quale i ragazzi non vivono!

Con questi presupposti si capiscono le reazioni contro don Bosco nell’ambiente tradizionale del suo tempo, anticlericale e antireligioso, ma pure negli stessi ambienti clericali. E se fosse qui oggi? Qualcosa anche lui cambierebbe, ma il “cuore” del suo messaggio educativo rimarrebbe intatto. La sua morte (31/1/1888) non l’ha costretto a smettere di pulsare beneficamente. O no?

Don Giovanni (Bosco) Giavini

VITA DELLA COMUNITA’

INVIATI A RINNOVARE IL MONDO

Inviati a rinnovare il mondo: questo è il titolo che è stato dato alla giornata missionaria per l’infanzia. Noi l’abbiamo vissuta in parrocchia domenica 12 gennaio organizzando per i bambini, insieme agli adolescenti e ad alcuni genitori un pomeriggio di gioco e laboratorio.

Per quanto riguarda il gioco interrogandoci con gli animatori su come svilupparlo abbiamo deciso di concentrarci sui diversi continenti, domandandoci per ognuno di essi quali fossero i problemi che li affliggono ai giorni nostri e che cosa si potrebbe fare per tentare di risolverli.

Ci siamo resi conto che ogni continente, anche quelli considerati più fortunati, hanno problemi decisamente complessi da affrontare, a partire dagli incendi che stanno devastando l’Australia per arrivare alle guerre in Africa, alla distruzione di quell’immenso polmone verde che è la foresta amazzonica e al problema della spazzatura e dell’inquinamento in Asia.

Anche sulla nostra Europa ci siamo messi a riflettere, chiedendoci quali siano i problemi del continente che abitiamo e che forse conosciamo meglio degli altri. La conclusione a cui siamo giunti è che forse uno dei problemi maggiori è che in Europa ci sono tanti paesi meravigliosi con qualità e risorse uniche ma che faticano a comunicare e collaborare tra di loro.

Il gioco si svolgeva a tappe, una prova per ogni continente e così in Australia occorreva trovare l’acqua per spegnere gli incendi, in Asia trovare un modo per creare qualche cosa di nuovo e di bello a partire dai materiali di rifiuto, in America occorreva superare delle prove per ottenere i pezzi necessari a costruire dei fiori di carta, simbolo di nuove piante da sostituire a quelle andate distrutte. In Africa i bambini hanno sperimentato la difficoltà del vivere evitando le guerre, rappresentate da fili tesi a diverse altezze attraverso cui si doveva passare senza far suonare i campanelli; in Europa occorreva collaborare tutti insieme per riuscire a giungere al termine di un percorso superando gli ostacoli.

In ogni prova ognuno dei bambini era fondamentale, così come la collaborazione tra loro, perché è lavorando insieme che si riescono a superare anche gli ostacoli più grandi. Al laboratorio infine hanno realizzato un calendario da appendere nella loro stanza, un calendario particolare perché per ogni giorno c’era uno spazio in cui segnare un impegno da prendersi, a ricordare che è a poco a poco, passo dopo passo e con i piccoli gesti che si cambiano davvero le cose e si diventa quella luce inviata a rinnovare il mondo cui invita questa giornata

Lidia Gialdini

CHIAMATI AD ESSERE MARTIRI: IL MONASTERO DI SAN MAURIZIO

Domenica 26 gennaio siamo andati con i bambini di quinta elementare che a ottobre riceveranno la Cresima ed i loro genitori al Monastero di San Maurizio. Non era certo una novità per me ma anche questa volta, come sempre mi accade quando entro nel monastero, sono rimasta impressionata dalla bellezza che mi circondava. Viene definita spesso come la Cappella Sistina di Milano per gli affreschi che coprono ogni centimetro delle pareti, sia nell’aula pubblica che nella parte che una volta era destinata alla clausura delle monache.

Nella parte dedicata alla clausura si può trovare un bellissimo ciclo di affreschi che parla del patto tra Dio e gli uomini. Una volta stellata nei suoi colori intensi con il blu dei lapislazzuli e l’oro puro racconta la promessa fatta da Dio ad Abramo, quella discendenza che sarebbe stata numerosa come le stelle del cielo. Al suo interno, in mezzo alle stelle troviamo Dio Padre stesso con un globo in mano, intento a benedire il mondo intero.

Basta spostarsi di pochi passi per trovare un’altra promessa, quella fatta da Dio a Noè. Il ciclo dedicato alla storia di Noè con l’arca, il diluvio e il ritirarsi delle acque e ci ricorda come Dio sia in grado di perdonare e di avere sempre, nonostante tutto, una nuova fiducia nell’uomo, concedendo una seconda possibilità quando sbagli

Una volta entrati nell’aula destinata ai fedeli si viene accolti da una serie di dipinti quasi interamente dedicata ai martiri e alla loro storia. Nel cristianesimo primitivo, l’appellativo (gr. μάρτυς, «testimone») veniva dato in un primo tempo agli apostoli, in quanto testimoni qualificati della vita e della resurrezione di Cristo; successivamente a coloro che attestavano la verità del cristianesimo, dando prova, in circostanze pericolose, di fede incrollabile; in periodi di persecuzione furono chiamati martiri coloro che sigillavano col sacrificio della vita la confessione della loro fede.

Da santa Caterina d’Alessandria a santa Lucia, da san Giorgio con il suo drago rappresentante i mali del mondo a san Lorenzo e san Giovanni il Battista ci siamo trovati davanti a immagini di uomini e donne vissuti in diverse epoche e in diversi luoghi che hanno avuto in comune il coraggio di aver portato nel mondo la Parola e la loro fede, testimoniando quello che avevano visto o ascoltato, fino a dare la vita per ciò in cui credevano.

Ai bambini che riceveranno la Cresima si chiede di ricordare quella promessa che migliaia di anni fa Dio fece ad Abramo e in qualche modo di essere martiri, non dando la vita stessa per la fede ma essere martiri nel senso inteso dai primi cristiani, essere quei testimoni proprio come lo furono gli apostoli, testimoni che, pur non avendo visto direttamente il Cristo, portano in giro la Sua Parola con le parole, le azioni e il modo di vivere.

Lidia Gialdini

VACANZA ESTIVA A GARDA DI SONICO (BS) 29 GIUGNO – 4 LUGLIO 2020

A CHI È RIVOLTO:

Bambini e ragazzi dagli 8 ai 14 anni

DOVE ALLOGGEREMO:

Presso la struttura il Convento Inexodus

Via Dassa 6, località Novelle, 25050 Sellero (Bs)

Telefono e fax 0364.622179

QUOTA D’ISCRIZIONE: 290€

Il pranzo del giorno di viaggio di andata è al sacco (ciascuno lo porta da casa)

Il contributo comprende:

· Pensione completa 5 giorni nella casa di Sellero (BS)

· Andata e ritorno in pullman

· Tutte le escursioni svolte durante la vacanza

· Quota assicurativa

 Il contributo non comprende:

tutto quanto non sia esplicitamente citato alla voce la quota comprende.

VERSAMENTO CONTRIBUTO:

È possibile versare il contributo (acconto e saldo) in ufficio parrocchiale in Mater Amabilis o con bonifico bancario sul conto dell’oratorio che è intestato a Parrocchia Mater Amabilis

IBAN:  I T 3 3 V 0 5 2 1 6 0 1 6 2 0 0 0 0 0 0 0 0 0 1 4 0 0

Causale: nome e cognome (del ragazzo/a iscritto) per contributo campo estivo.

RIUNIONE INFORMATIVA:

Lunedì 10 febbraio alle 18.30 presso il salone dell’oratorio

ISCRIZIONI:

Per iscriversi alla vacanza estiva parrocchiale a Sonico occorre compilare il modulo all’indirizzo www.parrocchiamateramabilis.it/vacanza

VITA ECCLESIALE

L’INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE CATTOLICA NELLA SCUOLA

Mi chiamo Davide Lai ho 36 anni e con mia moglie Carla da circa un anno e mezzo facciamo parte della Comunità pastorale Mater Amabilis – Sant’Anna. Dopo aver affrontato il percorso degli studi teologici, da nove anni insegno Religione Cattolica nelle scuole pubbliche.

Attualmente insegno in una scuola secondaria di secondo grado di Milano, dove sono a contatto con ragazzi di una fascia di età molto ampia, che va dai 14 ai 19/20 anni.

In questo spazio desidero condividere con voi alcune riflessioni su questo servizio che non riguarda i singoli docenti, ma ci vede coinvolti tutti, come comunità e come Chiesa.

Il servizio dell’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) è responsabilità condivisa in quanto si è chiamati a rendere testimonianza della propria appartenenza ecclesiale, tenendo ben presente che i ragazzi ai quali siamo chiamati a prestare questo servizio vivono la propria originalità, con la propria storia e le caratteristiche che li contraddistinguono. È l’età della trasformazione, dell’evoluzione, l’età degli scontri con il mondo degli adulti: occorre, dunque, profonda delicatezza e pazienza affinché la propria presenza nella loro quotidianità non sia colta come impositiva, ma venga liberamente accolta nella sua gratuità.

Nelle “indicazioni nazionali per l’IRC” viene messo in evidenza che tale disciplina concorre alla formazione integrale della persona. Questo elemento è fondamentale perché porta alla nostra attenzione il fatto che il cuore dell’insegnamento della Religione, così come di tutto il mondo scolastico, è la persona; qualsiasi altro aspetto della scuola, delle singole discipline, ha valore se ha come obiettivo la crescita dei ragazzi, al contrario rischierebbe di essere fine a se stesso e di non comunicare altro se non nozioni. L’IRC desidera entrare nella vita dei ragazzi, nelle loro storie, nel loro vissuto esperienziale, ma con grande rispetto e in punta di piedi; si rivolge a persone concrete e offre loro una chiave per leggere la realtà.

Ci si chiederà, magari, che cosa viene svolto in classe, in che modo vengono impostate le lezioni, che tipo di percorso viene proposto ai ragazzi.

Il percorso, anzitutto, non può essere standard, proprio perché vi è un’attenzione profonda alla persona e ogni classe ha caratteristiche che la contraddistinguono. Le “indicazioni nazionali” offrono delle piste su cui, poi, pianificare nel dettaglio i percorsi. Per far questo è però necessario fermarsi e attuare un’attenta analisi del contesto della classe, in modo tale da fare in modo che quel percorso abbia incidenza nella vita dei ragazzi stessi.

Come ho voluto sottolineare poc’anzi, i percorsi di IRC tendono a contribuire alla formazione del ragazzo e della ragazza: in classe vengono affrontati vari temi: dagli aspetti legati al riconoscersi persone bisognose degli altri e delle relazioni, alla lettura della nostra realtà sociale e degli avvenimenti storici e che ci chiamano in causa come uomini e donne di questo tempo, fino al domandarsi e riflettere su una dimensione più spirituale che non deve essere slegata da tutto il resto, ma è parte integrante del nostro essere. Questo perché l’IRC vuol far comprendere come la dimensione religiosa non sia un asse a se stante, ma riguarda tutta la realtà dell’uomo e si rivolge a un uomo e a una donna concreti, nella loro storia.

La proposta dell’IRC non è una imposizione confessionale, ma un itinerario di crescita, una proposta formativa volta a mettere al centro del proprio cammino il ragazzo e la ragazza, facendo in modo che essi stessi possano cogliere gli elementi offerti durante il cammino e acquisiscano quella competenza che permette loro di guardare la propria vita, gli altri, la società, il mondo con uno sguardo più attento e critico, lasciandosi provocare dai numerosi stimoli che portano a far scaturire il meglio di loro stessi.

Le lezioni vengono affrontate attraverso differenti modalità, a seconda dello specifico bisogno della classe, tenendo presenti alcune particolari attitudini dei ragazzi, in modo tale che la lezione veda loro stessi come protagonisti e non “spettatori”.

Una dinamica alla quale si deve essere sempre aperti è quella dell’ascolto e del confronto: entrando in classe ci si rende immediatamente conto di quanta necessità abbiano i ragazzi di parlare, di essere ascoltati e che la loro riflessione, i loro ragionamenti circa una determinata tematica non sono banali, ma rivestono una grande importanza e sono meritevoli di essere ascoltati e condivisi.

Attraverso dinamiche laboratoriali, spazi di confronto tra studenti e tra questi e il docente è possibile dare valore a quanto i ragazzi sperimentano e vivono, permettendo loro di dar voce alle competenze che gradualmente acquisiscono e portano a maturazione.

Come docente posso affermare che se viene a mancare la dimensione relazionale con i ragazzi viene meno il fondamento di tutta l’attività pedagogica dell’IRC, e non solo ma di tutto il mondo scolastico.

L’IRC, come già detto, non mira a trasmettere delle nozioni, ma orienta il ragazzo e la ragazza verso un cammino e il docente non può pensare di attenderli alla meta, ma deve farsi compagno di viaggio in questo cammino di scoperta di sé e di comprensione della realtà. Porsi accanto non significa fare il cammino al posto dell’altro, ma condividerne i passi, le fatiche, la stanchezza e le gioie e il docente di IRC non può che sentirsi arricchito.

All’inizio di questa condivisione ho affermato che la responsabilità dell’IRC non è del singolo docente, ma dell’intera comunità cristiana; concludo sottolineando questo aspetto. La comunità è responsabile in quanto il docente di IRC riceve una chiamata del tutto particolare, non solo pedagogica, ma testimoniale; egli nasce nella comunità e da essa è chiamato, e riceve il mandato dal Vescovo per vivere questo servizio, rivolgendosi a tutti, non solo a quelli che manifestamente si professano credenti, ma anche a coloro che fanno maggior fatica ad identificarsi all’interno di una comunità confessionale o rifiutano una proposta di fede o che magari vivono l’appartenenza ad una Confessione diversa da quella cristiana. Il docente di IRC si rivolge a tutti, nel pieno rispetto del vissuto personale e in un clima di dialogo, cogliendo la bellezza e la ricchezza in ciascun ragazzo che incontra nel suo cammino.

Davide Lai

LA GRAZIA DEL SINODO SULL’AMAZZONIA

Avevo quindici anni quando iniziai ad appassionarmi all’Amazzonia e ai suoi popoli. Ero già in Seminario e rimasi impressionato dalla vita e testimonianza di Fratel Carlo, un Missionario della Consolata che da alcuni anni stava vivendo e lavorando con gli Indios Yanomami lungo il fiume Catrimani nello Stato di Roraima in Brasile e nel cuore dell’Amazzonia. Ricordo che scrissi nel mio diario: “Anch’io un giorno sarò missionario come lui e tra questi popoli”. Ho avuto la grazia di entrare poi nell’Istituto dei Missionari della Consolata e anche di partire per il Brasile anche se non ho mai lavorato direttamente con i popoli indigeni.

L’aria che si respirava e lo stile di missione abbracciato dalla Chiesa in Brasile e dai missionari che lavoravano in Amazzonia ci ha sempre spinti a vivere in una profonda comunione con questa realtà e, per certi versi, a improntare ad essa la nostra, della missione in uscita a servizio dei poveri nel rispetto delle loro ricche tradizioni.

Una missione fecondata dal sangue di tanti martiri: sacerdoti, religiosi, laici, popoli indigeni, lavoratori e lavoratrici della terra. Nei diciotto anni passati in Brasile non ce n’è stato uno che non sia stato segnato dal sacrificio di alcuni di loro: testimoni della fede, del Vangelo, fratelli e sorelle di questi popoli e con loro difensori di un paese in cui poter vivere e lavorare in nome della giustizia e per amore di quella terra che tutti alimenta, accomuna e sostiene.

Con queste e altre realtà nel cuore tutti noi missionari abbiamo accolto con grande gioia l’indizione del Sinodo per l’Amazzonia da parte di Papa Francesco che si è svolto a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019. Con la collaborazione di due miei confratelli presento alcune considerazioni a partire dal Documento finale del Sinodo in attesa delle riflessioni ed indicazioni che verranno da Papa Francesco.

Scorrendo le pagine del Documento finale del Sinodo speciale, uscito a fine ottobre, pare esplicito l’invito a riflettere su diverse problematiche: ambientali, ecologiche, antropologiche ed ecclesiali. La Chiesa «in uscita» si mette in «ascolto» del grido di aiuto dell’Amazzonia e delle popolazioni indigene che l’abitano per riflettere su come annunziare, vivere, celebrare il messaggio evangelico ed essere Chiesa radunata dall’Eucaristia. Riascoltando le voci dell’Amazzonia, il Sinodo speciale invita tutte le persone di buona volontà, nello spirito di Francesco d’Assisi, a prendersi cura della «casa comune», a praticare la solidarietà con i più poveri che devono recuperare la loro dignità di persone, di figli di Dio e la loro identità culturale.

«Connessione» è un’ulteriore prospettiva essenziale del Documento finale perché presenta la stretta unione tra il grido della terra e quello dei poveri con la denuncia della distruzione del creato, dello sterminio del mondo naturale, della minaccia alla vita umana di coloro che abitano quei territori, ma anche con l’annuncio e la testimonianza della buona notizia di Gesù.

La connessione si fa alleanza quando si parla di Chiesa e popoli indigeni: Chiesa alleata del mondo amazzonico. L’ascolto dell’Amazzonia è un invito per la Chiesa alla conversione integrale perché ne riconosce il messaggio di vita: la voce e il canto dell’Amazzonia che diventa nello stesso tempo il grido di tutto il territorio e dei suoi abitanti. Dall’ascolto sorge la proposta di nuovi cammini di conversione pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

Il percorso di una conversione pastorale (20 – 40) riguarda tutti i battezzati chiamati a costruire una Chiesa samaritana, misericordiosa e solidale. Una Chiesa missionaria impegnata nel dialogo ecumenico, interreligioso e culturale. Inoltre, alla Chiesa della Panamazzonia è chiesto di diventare essa stessa missionaria.

Proponendo la conversione nei modi più diversi, il Sinodo ribadisce che la “gioia del Vangelo” prima di essere diretta verso gli altri è diretta alla Chiesa stessa e ai suoi missionari. La conversione integrale si manifesta principalmente attraverso la conversione pastorale (missionaria) e sinodale. Per i missionari questa conversione richiede una seria revisione dello stile di missione che presuppone una presenza incarnata nella realtà e nella vita dei popoli.

La conversione pastorale implica anche una prospettiva missionaria di itineranza, di vicinanza e una presenza più efficace con i popoli, superando le visite sporadiche e creando relazioni permanenti di missione. Il Sinodo sottolinea l’importanza di gruppi itineranti composti da diversi carismi, istituzioni e congregazioni, religiose e religiosi, laici e sacerdoti che lavorano formando una rete (39-40). La missione si svolge in sinergia e in comunione ecclesiale. Il desiderio è che la Chiesa assuma in Amazzonia la sinodalità missionaria (86-88).

Nella missione, i protagonisti sono la realtà e i suoi popoli che, oltre ad essere valorizzati, devono anche assumersi le loro responsabilità. “Questo Sinodo vuole essere un forte appello per tutti battezzati in Amazzonia ad essere discepoli missionari. (…) Pertanto, crediamo sia necessario generare un maggior impulso missionario tra le vocazioni native; l’Amazzonia deve essere evangelizzata anche dai suoi abitanti” (Doc. finale 26) In questo senso, la proposta di “nuovi ministeri, per uomini e donne in modo equo” (95) e l’”elaborazione di un rito amazzonico” (119) sono encomiabili.

Un altro momento saliente di questo Sinodo è stato quello di affermare che l’ecologia integrale e la cura della casa comune sono parti costitutive della missione della Chiesa. Pertanto, l’azione evangelizzatrice con i suoi progetti e missionari non può dimenticare la cura della vita del pianeta.

La Chiesa difende i diritti dei popoli amazzonici e denuncia tutti gli attacchi contro la vita delle loro comunità, il loro ambiente, con molteplici forme di sfruttamento.

Per la Chiesa la difesa della «vita» e dei diritti dei popoli amerindi è un principio evangelico. L’alleanza tra popoli indigeni e Chiesa si realizza nell’ottica della fraternità, si manifesta in una sempre maggiore inculturazione della fede nella vita dei popoli amazzonici.

Nonostante resistenze e incomprensioni, questo Sinodo è stato un grande momento di grazia e di speranza. Al di là del ricco documento prodotto, si avvia un processo che dovrebbe condurre a nuovi percorsi per una Chiesa divenuta molto più consapevole che, senza una conversione integrale e sinodale, non ci saranno cambiamenti reali nel suo modo di essere e di vivere la missione.

P. Michelangelo Piovano – Missionario della Consolata

Il cosiddetto «discorso alla città» pronunciato dagli arcivescovi di Milano alla vigilia della festa di s. Ambrogio, durante i vespri celebrati nella basilica omonima, è ormai una tradizione, almeno a partire dal cardinale Giovanni Colombo. Si sa che Ambrogio, prima di essere vescovo, era stato un eminente funzionario imperiale e dunque un politico: infatti è alla polis che i nostri presuli si rivolgono in questi discorsi, cercando di lanciare stimoli ai diversi soggetti sociali e ai rappresentanti delle istituzioni, per costruire una riflessione allargata. Come ha detto mons. Delpini il 6 dicembre 2019, richiamando il discorso dell’anno precedente: «Siamo pertanto autorizzati a pensare insieme, a pensare con lungimiranza».

Il titolo “Benvenuto, futuro!” viene posto come «una sfida» agli uomini del nostro tempo e del nostro territorio: Delpini la lancia e la ripropone decine di volte in questo testo, con consapevolezza, verificandola su quelle che ritiene le priorità di oggi. La sua prospettiva dichiarata è quella dell’umanesimo cristiano, con una spiccata direzione pragmatica e un linguaggio semplice ma molto pensato. L’arcivescovo procede partendo da domande e formula percorsi di ragionamento, non risposte; la pazienza e l’approfondimento sono il metodo che predilige e vorrebbe condividere. Così, evita i postulati assoluti: ad esempio, non espone in maniera deduttiva le radici culturali, sociali ed economiche della crisi demografica, ma si avvale della sua diretta esperienza: «Io personalmente ho scelto di non avere figli. […] ma ho raccolto confidenze ed esperienze di molte famiglie e riesco a intuire la bellezza e la fatica di avere figli». Il pensiero di Delpini si condensa in alcune formulazioni efficaci, che vorrebbero fissarsi nella memoria comune per trovare un confronto e stimolare le responsabilità. Ad esempio, riflettendo sulla strage di piazza Fontana, confida che «il destino si faccia destinazione»; più avanti scrive: «Dove la comunità è invisibile, la società si fa invivibile e lo diventa laddove si privilegia la cura dei luoghi piuttosto che i luoghi della cura»; a proposito dei migranti, invita a passare «dalla logica del misconoscimento alla profezia del riconoscimento», ecc…
I diversi paragrafi si incentrano su alcune situazioni cruciali del nostro quotidiano: la famiglia, i figli (dai bambini agli adolescenti), i migranti, l’Europa, l’ecologia integrale. Ogni contesto viene presentato nei suoi aspetti negativi e in quelli positivi. Il discorso parte dalla violenza – la strage milanese che ha segnato l’inizio degli anni di piombo – e cita poi tante piaghe sociali: l’aborto; i diversi tipi di dipendenze (droga, alcolismo, ludopatie, disturbi alimentari); il femminicidio; la questione della casa e delle case popolari in particolare; la crescita degli anziani soli e delle «persone vulnerabili e vulnerate (nel corpo e nello spirito)»; la mancanza di lavoro; le carenze dell’Europa; il degrado ambientale.
Ma l’arcivescovo rileva anche che vi sono in tutti i campi «molti servitori onesti e tenaci del bene comune»: «molti amministratori, politici, funzionari dello Stato, ricercatori, intellettuali […] alla ricerca di una visione di orizzonti e non solo di interventi miopi». Ed elenca alcuni punti di luce, in un panorama per tanti aspetti oscuro: ad esempio l’impegno educativo della scuola, statale e di ispirazione cristiana, e degli oratori; o, a proposito delle migrazioni, il magistero della Chiesa universale e diocesana e in particolare il recente Sinodo minore ambrosiano, dal titolo Chiesa dalle genti, «la Chiesa di tutti i battezzati, dove nessuno è straniero e nessuno è padrone».
In merito alla «cura per la casa comune», richiama la Laudato si’ e il suo primo discorso alla città, del 6 dicembre 2017, Per un’arte del buon vicinato, che ancora viene ripreso nella riflessione diocesana per esortare «a correggere gli stili di vita, a sostenere riforme strutturali, a vigilare con l’atteggiamento del buon vicinato che reagisce alla trascuratezza, al degrado, all’incoscienza».
In fondo, Delpini non ci dice nulla di nuovo. Ma è da rilevare il modo in cui pone le argomentazioni, riconoscendo meriti e limiti della Milano che ha davanti, nel rispetto delle differenze tra lui e i suoi interlocutori, ma nella ferma convinzione che è indispensabile che un dialogo, un intelligente dialogo, sia posto. Lo scopo ultimo è un’alleanza: «È necessario che si costruiscano alleanze tra tutte le istituzioni educative, scolastiche, sportive, le forze dell’ordine, le amministrazioni locali perché la sola repressione non è mai efficace. […] Siamo tutti chiamati a essere protagonisti nell’impresa di edificare una comunità che sappia anticipare e suggerire il senso promettente e sorprendente della vita e proporre una narrativa generazionale che custodisca i verbi del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del lasciar partire. La comunità cristiana si dichiara pronta a offrire il suo contributo ed entra volentieri in questa alleanza con tutte le istituzioni e la società civile, per ribadire sempre: benvenuto, futuro!».
Dovremmo riflettere, come singoli e come comunità, anche sulla conclusione di questo testo, che riassume uno stile di approccio costruttivo e profondamente cristiano rispetto alle nostre «responsabilità nei confronti di Dio, degli altri, del pianeta».
Troviamo ancora le tipiche espressioni dell’arcivescovo, incisive e intense: «Io non sono ottimista, io sono fiducioso. […] credo in una vocazione alla fraternità. […]Sono […] uomo di speranza, […] servitore del cammino di un popolo che è disposto a pensare insieme, a lavorare insieme, a sperare insieme. Non è il futuro il principio della speranza; credo piuttosto che sia la speranza il principio del futuro».
Tante nostre legittime e comprensibili difficoltà potrebbero venire considerate esercitando «la più bella di tutte le virtù», come suggerisce s. Ambrogio, nella citazione riportata all’inizio di questo discorso: la mitezza, che non deprime ma sostiene, non esclude ma raccoglie il popolo di Dio.

Giselda Adornato

IL VOCABOLARIO DELLA EVANGELII GAUDIUM

GIOIA – Questa parola percorre tutta l’Enciclica e va intesa bene. Non si tratta di qualcosa di fittizio o di irraggiungibile in questo nostro mondo sia personale che universale, spesso straziato da mali e da dolori che sembrano insolubili, o di qualcosa di artificialmente sovrapposto (divertimento, evasione, spensieratezza, ritualità delle feste socialmente o religiosamente ricorrenti), ma di qualcosa di profondo, che attinge all’appagamento del nostro bisogno o sogno di felicità.
Nasce appunto dalla convinzione e dall’esperienza che il Signore ti accompagna nella vita e si affianca a te in ogni situazione, se tu non lo escludi a priori.
E dalla fiducia che riponi in Lui, perché ti senti in un incontro, in una relazione reale. Perché ci credi. Perché ti affidi. E allora “gioia” è comunque “pace del cuore”, “riconoscenza”.

VANGELO – Vuol dire “annuncio bello”; ‘bello’ perché proclama qualcosa di sorprendente, di inaspettato, di straordinario per il modo corrente di pensare: Gesù è venuto a dirti che quel Dio che consideravi inaccessibile, lontano, giudicante, è invece un “padre” affettuoso che cammina con te nella vita e che desidera che tutte le sue creature, i suoi figli, vivano in pace, scambiandosi gesti concreti di amore e intrecciando relazioni vere, prendendosi cura l’uno dell’altro.
Anche tra le difficoltà e i problemi; perché si può contare sull’altro e l’altro può contare su di te. Quelli che incroci ogni giorno, quelli che incontri nei vari crocevia della quotidianità.
E ti fa sentire responsabile e impegnato a cambiare il mondo in un giardino, a partire dal tuo quotidiano.

EVANGELIZZAZIONE – Non come un progetto astratto ed organizzativo, ma come chi sa di essere portatore di “belle notizie”, di gesti di comunione e di pace, di amicizia; di essere testimone non di una dottrina, ma di un amore che scalda i rapporti e ti coinvolge là dove sei e dove vivi, o dove sei chiamato ad operare, e a diffondere semi di bene e di speranza. Confondendosi con la gente e condividendone le ansie e le ricerche di senso e di bene, crescendo insieme.

Teresa Ciccolini

ARTE CULTURA E SOCIETA’

INVITO A LEGGERE

Elizabeth Jane Howard, LE MEZZE VERITA’, Fazi Editore
Attraverso una scrittura definita audace e affascinante, l’Autrice, considerata una delle più grandi scrittrici del Novecento inglese, ci introduce nelle vicende di una famiglia in crisi, in cui ognuno deve fare i conti con una mezza verità che lo tormenta, declinando le molteplici espressioni dell’amore.

Kristin Harmel, FARO’ DI TUTTO PER TORNARE DA TE, ed. Garzanti
Si tratta di una storia che celebra il coraggio di affrontare le difficoltà della vita amplificate da contesti storici drammatici, a testa alta e che celebra la speranza, ricordandoci che ciascuno può rintracciare nella sua esistenza l’opportunità di opporsi all’ingiustizia.

David Grossman, LA VITA GIOCA CON ME, ed. Mondadori
E’ un romanzo di intensità straordinaria che, pur inserito in contesti storici drammatici, sottolinea l’importanza di andare a fondo nella scoperta della verità per poter riscattare l’importanza delle relazioni e la possibilità di ristabilire nella vita la speranza.

E per una riflessione spirituale:

Chandra Livia Candiani, TENEREZZA, ed. Romena
E’ un piccolo libro che scandisce, attraverso l’esperienza e la sensibilità di questa poetessa, il bisogno universale di inserirsi nella vita e nei rapporti con le persone, le realtà viventi e le cose con sguardo mite, partecipe, carezzevole. Che ci porterebbe tutti, al di là di ideologie o religioni, su un piano di relazioni buone, belle.

Enrica Bortolazzi (in dialogo con i Monaci di Camaldoli), NEL SILENZIO DELL’EREMO, ed Mondadori
Attraverso l’esperienza dell’Autrice il libro racconta giorno per giorno l’Itinerario di un ritiro settimanale per “trovare la pace del cuore nella ricerca di risposte fondamentali.

Giovanni Moioli, LA PAROLA DELLA CROCE, ed Viboldone
Nell’occasione della pubblicazione dell’Opera Omnia dell’Autore, teologo spirituale della Diocesi di Milano nel Dopo-Concilio (è morto nel 1984), questo libretto è fondamentale per la riflessione sulla Croce di Gesù, che è “il nome che si deve dare al dolore dell’uomo”.
Può servire come meditazione nel Tempo di Quaresima.

Teresa Ciccolini

Paolo Poli, Il pensiero di Jean Guitton: l’uomo, il tempo, Dio, Lecce (ed. You can print) 2019

Il nostro don Paolo, laureato in filosofia alla Cattolica e licenziato in teologia fondamentale alla Fac. Teol. di Milano, dedica uno studio molto accurato e ben fondato a un filosofo cristiano come Guitton ancora poco noto benchè amico di Paolo VI e tra i precursori del Vaticano II. Di quella poliedrica figura viene presentata dapprima la drammatica esistenza (1901-1999, compresi anni di prigionia nazista e di incontri-scontri con la curia vaticana) e poi il suo dinamico pensiero di filosofo alla ricerca di un confronto serio con la sua fede cristiana viva e in movimento.

Tra le sue tesi fondamentali: fede e dogmi sono in movimento nella storia delle chiese e del mondo (ciò sulla scia di pensatori come Newman e Teilhard de Chardin); la stessa realtà cosmica e l’esistenza dell’uomo mostrano segni evidenti di limiti e privazioni insieme con un costante cammino verso dell’altro e del nuovo spesso sorprendente (verso una speranza forte e misteriosa):  più quindi che il “penso e quindi sono” di Cartesio e dell’illuminismo sembra più realistico un “divengo e quindi (sono e) sarò” (pag. 296).

In questo contesto il filosofo francese affronta razionalmente e in modo critico anche “il problema Gesù” e il suo posto nel cosmo e nell’esistenza umana, alla luce di germi di tipo filosofico completati poi con la cristologia soprattutto di Paolo e di Giovanni (prologo del IV Vangelo, lettere agli Efesini e ai Colossesi).  Ma il problema Gesù coinvolge anche razionalmente quello dei Vangeli e dei loro valori, quello del rapporto tra il Gesù della storia e quello cosiddetto della fede delle chiese primitive e di quelle successive. Qui il filosofo Guitton esprime osservazioni e proposte se non originalissime o nuove però certamente molto valide, a cominciare dal collocare lo studio dei Vangeli nel contesto socio-religioso-politico di quella Chiesa che li ha elaborati, elaborati però a partire dalla memoria storica di un Gesù veramente straordinario in tutta la storia del suo tempo (e non solo), in particolare dalla sua morte ignominiosa e “maledetta” in croce. In altre parole, guittoniane: da eventi fortemente limitati eppure diventati carichi di sorprese e di speranza. 

Per una così forte sottolineatura del divenire di una realtà più unica che rara Guitton sognava anche una…prossima Chiesa capace di armonizzare il Syllabo e il Vaticano I con il Vaticano II (e con le linee programmatiche del più volte citato card. Martini e del papa attuale). Sempre nel contesto di un cammino storico mai chiuso, Guitton trattò anche temi come la donna, la mariologia, la sessualità, la corporeità e la futura e già attualizzantesi risurrezione dell’uomo.

Grazie a don Poli per questa ricchissima presentazione di una figura ben degna di appartenere alla sempre più numerosa schiera di nuovi antropologi cristiani e non solo. E quindi capaci anche di avviare un nuovo tipo di apologetica e riflessione teologica.

don Giovanni Giavini

IL CARNEVALE TRA ARTE E TRADIZIONI

Nonostante i disastri nel mondo, anche quest’anno il Carnevale ritornerà con le sue parodie, le sue maschere e le sue tradizioni. Già nell’antichità, in Grecia come a Roma, si celebravano riti pagani legati a Dioniso ed altre divinità per festeggiare il passaggio, tra febbraio e marzo, dall’inverno alla primavera, segno di rinnovamento e rinascita della natura. Personaggi mascherati e suonatori di flauto esorcizzavano le forze negative in un clima di grande e folle vitalità. Col tempo al Carnevale (termine forse da “carnem levare”, il banchetto ultimo prima della Quaresima), si legarono nuovi riti e le maschere assunsero un altro ruolo: quello di permettere a tutti libertà di espressione grazie al travestimento ed al nascondimento del volto. Il Carnevale divenne gioia, allegria, possibilità di fantasia e di sberleffi, di piaceri carnali come il mangiare e bere senza remore, sfogo e dimenticanza, per qualche giorno, dei tanti problemi e difficoltà quotidiane.

In alcuni luoghi si usa ancora “bruciare la vecchia” come rito di purificazione. A Ivrea il cerimoniale carnevalesco è preciso e scrupoloso con la tradizionale, e vera, battaglia degli “aranceri”, che a volte provoca dei feriti altrettanto veri. A Cento il Carnevale riempie la città di cortei e spettacoli come a Viareggio e quasi come a Rio de Janeiro, dove il fastoso Carnevale impazza.

Venezia, con le sue splendide e raffinate maschere ed i vestiti sfarzosi, vive i suoi giorni fra “comedia, maghi, mascare, coriandoli, stele filanti, fritole, musiche, bali e cento altre bagatele, che ne xe proprio per tuti: veci, giovan, putei, done e omini…”. E’ il trionfo dei personaggi della Commedia dell’Arte, del Settecento veneziano, del camuffamento, della baldoria fra calli e campielli.
Diversi artisti, dal Rinascimento ai tempi moderni, hanno rappresentato, ognuno a suo modo, il Carnevale con le sue simbologie. Uno fra i primi fu Pieter Bruegel che dipinse una tela nel 1559 in cui da un lato si gozzoviglia, si gioca e si fanno bagordi, mentre dall’altro alcuni personaggi sono già entrati nella religiosità e nel digiuno quaresimale. Anche l’Arcimboldi nel ‘500 realizzò scenografie teatrali e costumi di maschere. Nel 1902 Renoir ritrasse il figlio Jean, futuro regista, vestito da Pierrot, mentre, nel 1924, Picasso mise in posa il figlio Paulo in costume per uno dei suoi tanti Arlecchini. Nell’opera “Martedì Grasso” del 1888, Cézanne dipinse un Pierrot ed un Arlecchino usando come modelli suo figlio e un amico.

Il colore è spesso protagonista come nella tela di Mirò del 1925 “Il Carnevale di Arlecchino”, dove è difficile individuare le figure ma sono presenti simboli e visioni fantastiche. Così come fluttuante, fra sogno e realtà, è il dipinto di Chagall del 1963, un “Carnevale notturno” dove dominano il blu ed una atmosfera da fiaba.

Come sappiamo, il Carnevale a Milano comincia quando altrove è già finito. Tra le maschere milanesi tradizionali, le più celebri sono quelle di Meneghino, il servo bonario che ridicolizza i ricchi, e sua moglie Cecca. Il culmine sarà sabato 29 febbraio. Poi, come sempre, il Carnevale si chiuderà, dopo i pochi giorni di eccessi e di sfogo, lasciandosi alle spalle la sua scia di coriandoli colorati. È tempo di ricomporsi. È tempo di Quaresima.

Graziella Colombo

LABORATORIO DI CARNEVALE

  • Domenica 23 febbraio alle 15:30 in Mater Amabilis
  • Un pomeriggio di laboratori creativi, gioco, trucca-bimbi e merenda.
  • Chi lo desidera può venire vestito col proprio costume di carnevale!!
  • Al termine del pomeriggio chi lo desidera è invitato a partecipare alla Messa delle 18:30. E’ possibile venire a riprendere i bambini direttamente al termine della Messa alle ore 19:30.
  • Iscrizioni entro domenica 16 febbraio compilando il format che trovate qui sotto:
  • Numero minimo di partecipanti: il laboratorio partirà solamente se raggiungeremo 10 iscritti.
  • Numero massimo di partecipanti: per ragioni organizzative il laboratorio ha un limite massimo di 30 partecipanti.
  • Il laboratorio ha un contributo di partecipazione di €10. Se ci sono fratelli il costo per loro è di €5.

Per iscriversi al laboratorio occorre compilare il modulo all’indirizzo: www.parrocchiamateramabilis.it/laboratori